Bitcoin: a volte ritornano.

15/07/2019 Euromobiliare AM SGR

Il nostro Paolo Biamino, alla luce del rinnovato interesse per Bitcoin, espone alcune riflessioni sulla divisa virtuale e sulle prospettive di sviluppo degli investimenti in ambito fintech.

 

Di Paolo Biamino – Resp. Strategie, Third Parties & Business

Essendo intrinsecamente rivolta al futuro la finanza è l’arte senza memoria per eccellenza: il prossimo giorno di mercato potrebbe ribaltare la performance costruita fino ad oggi e chi opera sui mercati raramente ha vissuto di persona più di un ventennio. Con queste premesse non stupisce che i libri di storia della finanza siano piuttosto rari e ancor più di rado valga la pena leggerli.

Il bellissimo “A Short History of Financial Euphoria” dell’economista americano J.K. Galbraith rappresenta un’importante eccezione. Nel suo compendio delle bolle speculative dai tulipani olandesi alle avventure immobiliari del primo Trump Galbraith disegna i tratti comuni dell’euforia finanziaria: il prezzo di un titolo o di un bene reale comincia a salire attraendo l’interesse di nuovi investitori, che a loro volta fanno salire il prezzo con i propri acquisti attraendo altri investitori. In questo processo le aspettative di apprezzamento tendono a realizzarsi automaticamente portando a perdere di vista le ragioni fondamentali per cui l’attività in questione aveva originariamente cominciato ad apprezzarsi. E’ proprio per questo motivo che le bolle speculative riguardano spesso oggetti o attività finanziarie innovativi (tulipani, società per azioni, radio, automobili, junk bonds, siti internet); ogni epoca ha la sua nuova invenzione potenzialmente in grado di cambiare il mondo e, in attesa che ciò accada, schiere di investitori improvvisati o meno si affannano a coniare nuovi paradigmi di valutazione per giustificare una spirale dei prezzi che presto sfugge di mano. Il meccanismo dell’euforia finanziaria, che registriamo dall’epoca dei tulipani olandesi ma è forse antico quanto il mondo, ha una insospettata vitalità: anche l’investitore più avveduto, quello cioé che ha letto Galbraith e riconosce i segni della speculazione, raramente ne esce indenne. Infatti l’euforia finanziaria ha alla sua base un fragile equilibrio, ovvero la capacità di attrarre nuovi adepti: non appena il meccanismo si inceppa la caduta dei prezzi è talmente rapida da non lasciare via di scampo.

L’ascesa impetuosa del Bitcoin avvenuta nella seconda metà del 2017 ha rammentato a molti le bolle speculative del passato più o meno recente. In effetti i segnali c’erano tutti: una tecnologia innovativa, la crescita esponenziale del suo valore, speculatori che prima di allora non avevano investito neppure in un buono del tesoro, articoli roboanti persino sulle riviste di cucina. Il ritracciamento del Bitcoin intercorso a cavallo tra il 2017 ed il 2018 ha almeno temporaneamente freddato gli animi. La fiamma si è poi riaccesa di recente sulla scia dell’annuncio da parte di Facebook che avrebbe lanciato una propria criptovaluta.

Prima di archiviare definitivamente il Bitcoin come possibile capitolo di una nuova edizione del libro di Galbraith è però corretto chiederci che cosa esso davvero sia e quale possa essere il suo valore intrinseco. Come ormai noto il Bitcoin (e i suoi epigoni) è un mezzo di scambio non ufficiale, ovvero non regolato da governi centrali e loro emanazioni, disponibile in un numero finito di unità. La creazione e lo scambio del Bitcoin sfruttano un protocollo elettronico chiamato BlockChain, che garantisce la certezza della proprietà e l’anonimato delle transazioni. Il BlockChain sta al Bitcoin come l’invenzione di internet sta all’email; non è improbabile che il BlockChain abbia un impatto sul futuro alla stregua del web venticinque anni fa ed il suo valore è di per sé inestimabile in quanto nessuno se ne può appropriare. La “moneta” virtuale ne è invece la prima applicazione di relativo successo, ma non è detto che questo si perpetui nel tempo. Per continuare il parallelismo con l’avvento di internet chi avesse investito in Yahoo o AOL, ovvero i leader della prima ora, avrebbe ottenuto risultati ben diversi da chi avesse scelto Google, posto che esistesse all’epoca, o Amazon. Paradossalmente quando una nuova tecnologia si affaccia all’orizzonte è più facile predirne lo sviluppo futuro di quanto non sia selezionare le aziende che la sfrutteranno con maggior successo nel medio lungo periodo.

Si può facilmente dedurre che la valutazione del Bitcoin dipende dalla sua diffusione corrente e dalle aspettative sulla sua adozione futura come mezzo di scambio o riserva di valore. Da questo punto di vista ci viene in soccorso l’arcinota “Legge di Metcalfe” secondo cui l’utilità e il valore di una rete sono proporzionali al quadrato del numero degli utenti. Quanto maggiore è il numero di quelli che scambiano quotidianamente il Bitcoin, tanto maggiore è il numero di quelli che saranno spinti ad accettarlo domani per i propri beni e servizi o a tesoreggiarlo. Il fatto che il protocollo Bitcoin preveda un numero finito di unità, ovvero ventuno milioni di pezzi, ci permette di fare assunzioni su quale possa essere il suo “fair value”. Ipotizziamo infatti che da qui a dieci anni il Bitcoin come mezzo di scambio e forma di investimento si affermi raggiungendo un valore complessivo di due triliardi di dollari, ovvero più o meno l’ammontare complessivo delle transazioni annuali su una carta di credito oggi molto diffusa come American Express. Dividendo questo ammontare complessivo per il numero di unità di cui è prevista l’emissione si raggiunge un valore finale del singolo Bitcoin di circa 50.000 dollari. A questo punto il “fair value” del Bitcoin non sarà altro che quel valore finale scontato al tasso di rendimento richiesto dagli investitori per detenerlo. Vista l’aleatorietà di quest’ultima stima preferiamo ora operare quello che in finanza viene chiamato “reverse engineering”; ci chiediamo cioé quale sia il tasso di rendimento implicito nella valutazione corrente del Bitcoin, ovvero 10791 dollari. Il risultato che otteniamo è di poco inferiore al 20% e questo è forse un numero ancora plausibile per un investimento così pregno di incertezze, tra cui spiccano quelle di carattere regolamentare.

Il prezzo corrente del Bitcoin può anche essere giustificato sulla base di assunzioni di buon senso, tuttavia il suo sviluppo futuro è ancora avvolto nella nebbia. A preoccuparci è soprattutto il divario creatosi tra la domanda di Bitcoin come mezzo di pagamento e la domanda a fini speculativi. Posto che l’Italia non è certamente tra i paesi più avanzati sul fronte della moneta virtuale il paniere di beni e servizi acquistabile direttamente in Bitcoin è a tutt’oggi molto modesto; per la cronaca passeggiando nel mio quartiere ho avuto modo di annoverarvi un piatto di orecchiette presso la mia trattoria pugliese preferita ed un taglio di capelli di cui, ahimé, non ho certo bisogno. Con queste possibilità di spesa mi risulta difficile pensare che chi acquista Bitcoin oggi lo faccia con l’intenzione di utilizzarlo come mezzo di scambio. Potrebbe anche averlo considerato un investimento per il lungo periodo, ma qualora cambiasse idea cercando di finanziarvi i suoi consumi deve tenere presente che questi sono in massima parte condizionati ad una convertibilità per nulla scontata. In parole povere ad oggi nessuno vuole essere ricco in Bitcoin, ma al massimo diventare ricco in dollari, in yen o in euro tramite il Bitcoin.

In conclusione il Bitcoin è un esperimento a cui guardare con interesse perché ha introdotto al mondo finanziario la nuova tecnologia del BlockChain. Non è però assicurato che la moneta sarà l’applicazione del BlockChain di maggiore successo nel lungo periodo e che tra le varie monete nate negli ultimi anni proprio il Bitcoin risulterà dominante. Puntare tutto sulla crescita del Bitcoin e dei suoi emuli è non soltanto rischioso, ma espone a possibili frodi visto che lo si fa su mercati non regolamentati. Dobbiamo allora rassegnarci a guardare da spettatori lo sviluppo della tecnologia potenzialmente in grado di rivoluzionare il mondo delle transazioni finanziarie nei prossimi dieci o venti anni? Non proprio, la chiave di volta può essere quella di costruire un portafoglio diversificato di aziende che sfruttano la nuova tecnologia man mano che queste si renderanno disponibili sul mercato.

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